| Il 1796 per Milano e
l'Italia è il trauma costituito dall'irrompere di Napoleone Bonaparte e della sua armata.
Cosa sia stato quel trauma lo espresse poeticamente Ugo Foscolo nell'ode "Bonaparte
Liberatore".
A capo dell'armata d'Italia, "il
corso" sconfigge a più riprese gli austro-sardi e li costringe alla firma
dell'armistizio di Cherasco. L'arciduca Ferdinando d'Austria, governatore di Milano,
lascia la città l'8 maggio e il 15 Napoleone Bonaparte vi fa il suo ingresso da Porta
Romana dove lo attende una folla festante, guidata dall'arcivescovo e dalle massime
autorità cittadine. Poche ore prima le chiavi della città sono state offerte al generale
Massena, comandante le truppe francesi, che le ha accettate "...da un popolo
libero...".
Anche parte della nobiltà alla quale
le riforme teresiane hanno ridotto considerevolmente privilegi e consensi sfoga rancori
repressi. I festeggiamenti sono memorabili. Si balla nelle piazze, si piantano gli
"alberi della libertà" e, a sera, un grande spettacolo al Teatro alla Scala,
nel quale le signore del bel mondo fanno a gara nello sfoggiare abiti di moda repubblicana
- la cosiddetta scollatura a ghigliottina - conclude la giornata.
Ma già cinque giorni dopo il suo arrivo,
Bonaparte impone alla Lombardia, a favore dell'esercito occupante, un tributo di venti
milioni di franchi, definendolo "...tenue compenso per province cosi feraci,
soprattutto quando si pensi al compenso che ne potranno ricavare"... Divampano
allora le prime insurrezioni.
Nel giugno 1797 viene costituita la
Repubblica Cisalpina.
L'11 febbraio 1798 Napoleone entra in Roma: hanno inizio le vicende che segnano la vita di
Milano nel primo decennio del milleottocento.
Dopo tredici mesi di restaurazione
austriaca (1799/1800) avviene la proclamazione (26 gennaio 1802) della Repubblica Italiana
con Napoleone presidente e il patrizio milanese Francesco Melzi d Eril vicepresidente. Per
la formazione della delegazione milanese inviata a Parigi nel 1804 in previsione della
futura costituzione del Regno si ricorre ai Litta. Scrive il Melzi "... nominai
fra i possidenti, Litta, come il primo estimato dell'Olona, e che potrebbe figurare fra i
primi anche per altri Dipartimenti, persona già conosciuta da Bonaparte e savia...".

Si tratta di Antonio Litta cui questa
qualità di "primo estimato" fra i milanesi, era già costata, il 22 ventoso
dell'anno VI, sessantamila lire di tassa, su un'entrata teorica di trecentomila. Il 19
marzo 1805, Napoleone Bonaparte si proclama Re d'Italia e il 27 maggio di quell'anno
scende a Milano per essere coronato in Duomo con la Corona Ferrea. All'incoronazione,
Antonio Litta e presente nella sua nuova qualità di Gran Ciambellano, e a lui compete di
porgere al sovrano il Manto regale. Quale rappresentante a Milano dell'autorità suprema,
e dunque vicerè, viene inviato Eugenio Beauharnais, figlio di Giuseppina Beauharnais e
quindi figliastro di Napoleone. La corte di Eugenio che raccoglie rappresentanti delle
maggiori famiglie patrizie milanesi ha come prestigiosa residenza estiva la Villa Reale di
Monza, arricchita in quegli anni dello splendido parco.

Con la vittoria di Wagram del 1809
Napoleone raggiunge l'apice della sua potenza.
ll 28 febbraio 1810 Antonio Litta è
investito del titolo di Duca dell'Impero.
Racconta Rovani "...aveva una sostanza di più di trenta milioni, aveva il primo
guardiaportone del regno italico, il primo cuoco con novemila lire di stipendio annuo;
soprattutto possedeva il più sontuoso vasellame d'oro e d'argento che allora si
conoscesse. La casa reale non arrivava a tanto..." e ancora "...la bella
occasione di descrivere parte a parte la villa di Lainate che allora era in tutta la sua
voga e la sua celebrità..." ..."era questo il sito di villeggiatura più adatto
e più frequentato dall'Ecc.ma Casa Padrona...".
La ducea conferita a Casa Litta è un
onore assai raro nell'età napoleonica. Mentre in Francia il primo impero concede almeno
tremilacinquecento titoli nobiliari, nel Regno Italico i conferimenti non oltrepassano le
duecento unità.
Sempre il Rovani ci narra di una grande caccia cui parteciparono il vicerè Eugenio
Beuharnais, Vincenzo Monti ed Ugo Foscolo. In questa occasione si racconta che Foscolo
abbia colpito con il frustino da cavallerizzo la Contessa Fagnani Arese da lui
corteggiata.
Dello stesso periodo, una lettera di
Carlo Porta che descrive una gita a Lainate forse in occasione di una di quelle feste
villerecce che si tenevano nella Villa in occasione dell'onomastico della Duchessa
Camilla, consorte del proprietario.
E ancora le visite di Stendhal che in "Rome,
Naples, Florence" annota "...Lainate, un giardino pieno di elementi
architettonici, di proprieta del Duca Litta ci e piaciuto. Conviene guardarsi bene dal
passeggiare soli a Lainate: il giardino è pieno di giochi d'acqua fatti apposta per
inauguare gli spettatori. Posando il piede sul primo gradino di una certa scala, sei getti
d'acqua mi sono schizzati tra le gambe...". La descrizione di un anonimo dello
stesso periodo (probabilmente Michele Sartorio) prende in considerazione gli aspetti
botanici floristici di Lainate e ci porta tra gli "esotici alberi, i piramidali
balsamiferi pioppi, li olivi della China, la palma dattera, I'erubescete Limodoro (una
splendida orchidea terrestre di origine indiana), il garofano aereo (giunto in Europa
dall'Uruguay)," le orchidee, I'ananas, il banano, le canne di bambù e le piante
di caffè e di tamarindo che ornano il parco.
Ma, il 17 aprile 1814, il Senato del
Regno vota contro l'ipotesi di Eugenio, Re d'Italia dopo l'abdicazione di Napoleone.
Questo episodio che denota uno stato di insofferenza sempre più evidente nel Regno ed in
particolare nel milanese, la rinnovata crescita della pressione bellica e fiscale,
sfociano nella sollevazione del 20 aprile 1814 che culmina con l'uccisione del ministro
Prina.
La sommossa milanese, ispirata e guidata
da Federico Confalonieri e dagli altri esponenti del patriziato lombardo più
risolutamente ostili al regime napoleonico, da l'avvio alla definitiva caduta del Regno
Italico.
Il 21 aprile 1814 il Consiglio Comunale
di Milano nomina una Reggenza di cui fa parte Alberto Litta, fratello cadetto di Antonio.
Quella "giornata" tronca le speranze del vicerè Eugenio di Beauharnais di poter
diventare sovrano e quindi, dopo aver firmato il 23 aprile a Mantova una convenzione con
la quale cede agli austriaci le piazzeforti e il territorio ancora sotto il suo controllo,
il 27 egli lascia l'Italia alla volta della Baviera. L'indomani le avanguardie imperiali
austriache fanno il loro ingresso in Milano.
L'8 maggio assume i poteri il
plenipotenziario Barone Conte Generale Heinrich Joseph Bellegarde e segna la fine del
Comitato di Reggenza.
Ha inizio la restaurazione, definita sul piano istituzionale con l'annessione della
Lombardia all'impero asburgico (12 giugno 1814) e poi con la costituzione del Regno
Lombardo Veneto (7 aprile 1815).
Intanto la Villa passa in eredità ad
Antonio Litta e a completamento degli interventi viene allestito anche un "gioco
idraulico" e più precisamente una cisterna mobile che oltre ad essere attiva per
spegnere i frequenti incendi nelle estese proprietà ducali, accorre, all'occasione, nei
paesi del circondario. Così come avviene per il devastante incendio che distrugge gran
parte della città di Saronno (18 marzo 1827), conosciuto come incendio della
"ciocchina".
In Piemonte, intorno agli anni venti, un
gruppo di giovani patrizi, tra cui Santorre di Santarosa, coinvolgendo nei suoi entusiasmi
antiaustriaci il giovane Principe di Carignano, Carlo Alberto, mostra di ritenere
possibile l'allargamento del regno di Sardegna mediante una guerra contro l'Austria. Nella
primavera del 1820 tali idee si sono tanto propagate che il governatore di Lombardia invia
preoccupate relazioni al primo ministro austriaco Metternich Questi sussulti liberali
daranno origine ai moti del 1821.
Tra i motivi della crescente insofferenza
nei confronti dell'Austria la condizione di umiliante dipendenza da Vienna, la presenza e
l'operato della "casta degli impiegati", l'avversione all'onnipresente polizia,
la censura soffocante, il carico fiscale sempre più pesante. Su questo sfondo di
risentimenti e di ostilità nei confronti del "paterno" governo imperiale, va
lentamente maturando la formazione di una coscienza nazionale. Con il superamento di
identità locale, cresce e pervade gli animi del popolo e dell'aristocrazia lombarda una
forte carica di italianità e dopo la delusione per gli avvenimenti del 1821 e la
diffidenza verso la monarchia sabauda di Carlo Alberto si creano le premesse delle
"Cinque giornate".
Il Duca Antonio Litta e il fratello
Giulio partecipano attivamente agli avvenimenti che nel marzo 1848 avvengono nelle strade
e nelle piazze di Milano, appoggiano in modo aperto i moti insurrezionali e fanno parte
del neo Governo Provvisorio di Milano, della cui Guardia Civica Antonio Litta assume il
comando.
Dopo il disastroso esito della prima
guerra per lindipendenza dItalia, le manifestazioni antialbertiste e
lesodo di migliaia di cittadini da Milano, i Litta, a stento, riescono a riparare in
Piemonte, dove il re di Sardegna li arruola come ufficiali di cavalleria nell'esercito
sabaudo. Il rientro degli Austriaci, 6 agosto 1848, e l'armistizio di Salasco, 23 maggio
1849, conseguente la sconfitta di Novara, fanno sembrare vani tanti sacrifici, tanto
sangue, tante speranze.
Allorchè viene concessa l'amnistia ai
fuorusciti politici prevista nell'articolo 2 dell'Armistizio di Novara, l'Austria esclude
54 cittadini, per lo più milanesi, tra i quali anche Antonio e Giulio Litta. Tra l'altro
ad un provvedimento di clemenza dell'lmperatore Ferdinando verso gli esuli, il generale
Radetzky risponde con "una contribuzione straordinaria di guerra" a carico di
coloro che hanno capeggiato la rivolta di marzo. Antonio e Giulio Litta sono coloro
maggiormente colpiti con una imposizione di 800.000 lire cadauno.
Ai successivi moti mazziniani del 6
febbraio 1853 (Domenica di Carnevale) Radetzky risponde con feroci processi (Mantova -
Martiri di Belfiore), con l'arresto di centinaia di persone, per lo più popolani, con la
condanna a morte con processo sommario di 16 presunti cospiratori e con ordine di
sequestro e confisca di tutte le proprietà mobili ed immobili di 72 emigrati del Lombardo
Veneto ed esuli negli Stati Sardi, ed ancora sono colpiti Antonio e Giulio Litta.
Finalmente il lungo lavorio diplomatico
del Conte di Cavour, e l'alleanza militare con Napoleone III portano alla seconda guerra
d'Indipendenza e alla vittoriosa battaglia di Magenta (4 giugno 1856).
Il bollettino della guerra n. 75 diramato da Torino -8 giugno 1859 ore 10.30 antim.
comunica che "Ieri il re aveva il Quartier Generale a Lainate ove passò la notte.
Sua Maestà gode ottima salute. Stà per entrare in Milano". Re Vittorio Emanuele
II e ospite nella Villa del Duca Litta prima di fare ingresso trionfale in Milano, a
fianco di Napoleone III.
Una lettera del Conte di Cavour, indirizzata al Duca Antonio Litta, ringrazia, a nome del
Re, per l'ospitalità concessa nella Villa ai soldati feriti durante la battaglia di
Magenta.

Nel 1866, quando muore il Duca Antonio
Litta, l'eredità dovrebbe passare al fratello Giulio. I gravosi oneri sottoscritti che
forse includono passività superiori all'entità dell'asse ereditario inducono Giulio e
gli altri aventi diritto a rinunciare ai beni.
L'intera proprietà viene quindi ascritta al pubblico demanio.
Soltanto nel 1872 (atti catastali e registro delle ipoteche) i beni del tenimento di
Lainate e la case ducali di Milano vengono acquistati dal Barone Ignazio Weill Weiss (atto
curatore patrimoniale Antonio Carozzi).
La situazione debitoria della case e la conseguente necessità di risorse induce il Duca
Antonio Litta a vendere molte delle opere d'arte che ornavano il Ninfeo, la Villa e i
Giardini, disperdendo così un patrimonio artistico formatosi lungo un arco di tre secoli.

Basti pensare alla Madonna Litta di
Leonardo (sino al 1864 di proprietà Litta e oggi all'Hermitage di Pietroburgo) come a due
(Venere e Bacco - attribuite dapprima a Jacopo Sansovino, oggi, secondo Alessandro
Morandotti a Francesco Brambilla il Giovane) delle sei statue in bronzo e ad altezza d
uomo che su altrettanti piedistalli erano collocate ai margini del grande mosaico
prospiciente la fronte nord del Ninfeo. Le statue, acquistate da Napoleone III, compaiono
a Parigi nel 1872.
Scampate all'incendio di Palais Royal appiccato dai rivoluzionari della
"Commune" riparano a Londra e da qui nel 1937 raggiungono la National Gallery di
Washington acquistate da Andrew A. Mellon, banchiere, ambasciatore americano a Londra e
segretario al tesoro di ben tre Presidenti degli Stati Uniti d'America. |