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IL CINQUECENTO
Pirro I Visconti Borromeo
e la nascita della Villa di Lainate

 

Tra il 1521 e il 1529 in mezzo a devastazioni, carestie e violenze, il cronista Burigozzo, di professione merciaio, annota nel suo brogliaccio... "non scrivo la metà delle angustie e doglie del povero Milano...". La dominazione francese finisce senza soverchi rimpianti da parte dei milanesi ai quali, narra ancora il Burigozzo, ..."hanno fatto male che non saria possibile a poter narrare, e de robare, e de logiare senza discrezione...". L'ultimo Sforza, Francesco II, dopo avere regnato come "uomo di paglia" degli spagnoli chiude, senza lasciare eredi, la dinastia sforzesca la notte del 1° novembre 1535 e quando sale sui torrioni del Castello il vessillo di Spagna avrà inizio il periodo più sciagurato (170 anni) della storia di Milano. Crisi economica, ricerca continua di denaro per il soldo alle truppe, tasse, vessazioni, soprusi, clientele. Vengono messe all'asta le terre dello Stato, si appaltano dazi, si noleggia l'acqua dei navigli, dilaga la corruzione.

In nessun altro secolo come in questo i ricchi e i potenti godono di immunità e privilegi, cercano di consolidare le loro ricchezze, di blandire il Governatore di passaggio e da questi trarre ed avere i maggiori profitti. E nonostante le ripetute dichiarazioni di imminente "ruina", di "calamita et excidio", i rappresentanti delle grandi famiglie, i grandi banchieri mercanti e gli alti funzionari acquistano terre, censi e redditi, conducono vita fastosa.
L'alta nobiltà lombarda - come i Borromeo - continua a tener corte bandita, a offrir vini fini e cacciagione, addobbi sontuosi e costosi arazzi di Fiandra e nel contempo chiedere al Re di Spagna, tramite il Governatore, l'annullamento di tasse, il rinvio di pagamenti, l'abolizione o la dilazione di dazi o addirittura la non esazione delle imposte per l'intero anno. Cose che puntualmente avvengono o alle quali, soprassedendo, non si risponde e non si procede. Vitaliano Borromeo non si sottrae alla regola.

Lodovico Visconti Borromeo, tramite eredità, lascia tutti i suoi beni a Fabio I, figlio del di lui fratello Gaspare e scorrendo le pagine del relativo inventario, redatto tra il 1569 e il 1570 dal notaio Ettore Visconti abbiamo, per la prima volta la prova sicura dell'esistenza di "un palazzo" signorile. Annessa all'edificio si trova la vigna che produce considerevoli quantità d'uva e non trascurabili quantità di vino da invecchiare ottenuto dalla torchiatura in loco dei grappoli (....nelle cantine di detto Palazzo ui e tra vino bianco e rosso, brenti duecento quindeci....). Nonostante la nuova destinazione signorile, nel Palazzo vengono svolte ancora funzioni agricole, infatti il solaio era adibito a magazzino di "formento, segale, milio e auena".

Il 3 dicembre 1563 si tiene l'ultima seduta del Concilio di Trento.
Di questo importante avvenimento religioso Carlo Borromeo è ritenuto essere il principale realizzatore per la Riforma della Chiesa. Il suo primo atto fu di convincere Pio IV, il milanese Gian Angelo Medici di Marignano, suo zio materno, a confermare tutti i decreti tridentini senza eccezioni e senza mutazioni. Il primo biografo di Carlo Borromeo, il giureconsulto Giovanni Pietro Bimio, scrivera: "...indubbiamente la repubblica Cristiana deve ringraziare molto Papa Pio IV, degno di imperitura memoria, per il fatto che porto definitinamente a termine un Concilio tante volte iniziato da altri Sommi Pontefici, ma bisogna anche ringraziare sentitamente questo vigilante, sobrio ed infaticabile vescovo per il fatto che con tanta vigilanza e preoccupozione si prese a cuore che tale concilio venisse perfettamente e pienamente osservato e recepito"....

Un profondo cambiamento di vita nel ducato di Milano avviene dopo la conclusione del Concilio di Trento. Tale cambiamento fu determinato dal nuovo vigore con il quale, nel promuovere l'applicazione dei decreti tridentini, alcuni vescovi dello stato, primo fra tutti l'Arcivescovo di Milano Carlo Borromeo, avevano rivendicato il libero esercizio dei poteri che competevano alla Chiesa in campo giurisdizionale non soltanto nei confronti del clero, ma anche, in determinati casi, nei riguardi dei laici. Siamo, nella Milano del cerimoniale spagnolo, nell'età del trionfo dell'ortodossia e della Controriforma.
Non vi e più spazio per comportamenti che non si allineino a quelli dominanti: un costume collettivo fondato su un rigido cerimoniale si impone, ed una normativa che trae forza dalla sanzione divina, ormai interiorizzata, governa sulla vita della famiglia e persino sugli atteggiamenti dei singoli. Le forme esteriori del culto occupano la scena: non passa giorno che non sia connotato da qualche scadenza religiosa, parrocchiale o cittadina in un quadro di continua crescita del clero, soprattutto regolare.

Se è vero che non erano mancati episodi di culto di tale portata anche nell'età antecedente, in particolare quando il rinnovato appello ai momenti collettivi di devozione costituiva una urgente risposta alla negazione delle opere e alla fede individuale dei protestanti, è tuttavia innegabile l'impressione di rottura data dagli anni del Borromeo, sopratutto a partire dal drammatico momento catalizzatore della peste del 1576....(il Vescovo ordinò che i milanesi pregassero sette volte al giorno, e altrettante la notte...). Dal canto suo il Vescovo non manca di sottolineare con enfasi come Dio "...molto specialmente minacci ai potenti, ai grandi, e a quelli che si appoggiano nella gloria di cose di questo mondo...".

Non la pensavano allo stesso modo i Decurioni della città (tra cui Fabio Visconti Borromeo) che, esasperati dalla durezza del Cardinale, (Carlo Borromeo sale alla dignità cardinalizia il 31 gennaio 1560 all'età di 22 anni, ma riceve l'ordinazione sacerdotale solamente il 17 luglio 1563), decidevano di ricorrere presso il Pontefice contro quelle che a loro apparivano "intollerabili novità". Naturalmente, anche prima dell'applicazione dei dettami del Concilio di Trento, tutt'altro che rari erano stati gli interventi volti a disciplinare il comportamento nei momenti di devozione ma con la Controriforma gli sforzi si concentrano a convogliare i multiformi aspetti della religiosità popolare nella sola parrocchia, modificando innanzitutto il comportamento dei fedeli.

Effige dei Visconti Borromeo che ritrae la scritta Humilitas

Con il clima instaurato dal Borromeo non doveva certo essere facile per i cittadini sottrarsi alla partecipazione alle funzioni religiose prescritte o all'apprendimento della dottrina; anche i disoccupati, "i poveri accattanti (maschi, il Giovedì, femmine, il Venerdì) erano istruiti".

Nella città di S. Ambrogio, che nel 386 aveva inaugurato la grande stagione dei rinvenimenti "scoprendo" sotto i propri piedi i corpi dei santi Gervasio e Protasio, pareva aver luogo, con l'età della Controriforma, una sorta di ritorno al Medioevo ma "...per cambiare l'indole d'un popolo, un principe solo e poco, ci vuole un seguito di principi che camminino tutti sull'istesse tracce..". Di particolare interesse e la posizione dei nobili (per nascita o per privilegi concessi durante le Signorie), anche perché essi poi venivano ad occupare i posti della magistratura cittadina.

Alla luce di quanto sopra, fanno riflettere alcune frasi del Borromeo ...."non e da disprezzare la nobiltà che e secondo la carne... perché anche la nobiltà della carne contribuisce assai alla vera chiarezza dell'animo e reca non spregevole frutto.... infine l'ultimo vantaggio della nobiltà e che, come una gemma preziosa brilla di più legata e ornata di oro, così anche le virtù dei nobili hanno maggior splendore che nei plebei; perché la nobiltà aggiange maggiore splendore alle virtù...".

Ma i dettami Borromaici pesano e i nobili signori tendono, quando possono, a lasciare la città per ritrovare nei paesi limitrofi quelle condizioni di vita che loro più si confanno.
A questa volontà di riappropriarsi del proprio ruolo non si sottrae la famiglia Visconti Borromeo che pone mano alla ristrutturazione della cascina, dapprima con Fabio I (creato Conte da Filippo II nel 1561) e a partire dal 1570 con Pirro I, che nel 1579 figura tra i LX Decurioni di Milano e... "a Lui si deve la Bella e Magnifica Villa di Leinate... si fanno molti elogi al Suo carattere e alla Sua cultura... La grandiosità d'impianto e la ricchezza affermata nella Villa di Lainate attestano la di Lui passione per la manifestazione d'arte...". ..."Restava solo che per giungere al colmo della sua perfettione si facesse particolar menzione della vaga e bellissima fonte che ha fatto per far suo di porto, e per ornamento dell'edificio bellissimo di Leinate...". ..."Leinate col suntuoso et a meraviglia vago palazzo del conte con giardini, fontane, giochi d'acqua et altre delitie non inferiori a qualsiasi altro luogo d'Italia, tanto più osservabile quanto che in un paese privo d'acque naturali, con mirabile arteficio se ne calano tanto da un profondo pozzo che servono a render il casamento istesso tutto dentro fontane... ".

Negli anni ottanta Pirro I si occupa dell'amministrazione delle proprie terre, valorizzandole con impianti idraulici e canali d'irrigazione; ma un aiuto decisivo all'incremento delle sue sostanze gli deriva dal provvido matrimonio con Ippolita Porro, figlia di Pompeo, "...cavaliere in Milano facoltosissimo...".

Morta Ippolita appena qualche anno dopo, Pirro I è nominato amministratore del patrimonio Porro per conto della figlia Costanza e, più tardi, quando questa decide di farsi monaca, ne entra direttamente in possesso.
Ma già l'anno stesso della morte della prima, 1584, prende una seconda moglie, Camilla Marino, della nota famiglia di banchieri ed imprenditori, di origine genovese, attivi a Milano dalla metà del secolo. Col nuovo matrimonio diventa uno dei personaggi più in vista della Milano del suo tempo.

A Pirro I, nella sua qualità di Decurione vengono affidati incarichi diplomatici e di rappresentanza per conto del Ducato di Milano. Dapprima e inviato a Mantova presso la corte di Guglielmo di Gonzaga, il duca gobbo, marito di Leonora d'Austria.
La missione diplomatica, commissionatagli probabilmente per acquistare il grano necessario alla città di Milano che soffre della grave carestia che segue la "gran moria", la peste del 1576, pone in condizione Pirro I di entrare in contatto oltre che con una delle corti più importanti nell'ltalia del momento, con gli artisti che la frequentano e soprattutto di conoscere come e in quale modo Giulio Romano operi nella costruzione dei palazzi gonzagheschi, in particolare a Palazzo Te e al suo "giardino segreto". Questa frequentazione gli consentirà la conoscenza e l'amicizia di Vincenzo I, il giovanissimo figlio del Duca Gugliemo, al quale succede il 22 settembre 1582.

L'incontro e i rapporti che successivamente verranno intrattenuti permetteranno a Pirro I di inviare a Vincenzo I una lettera con la quale gli richiede alcune piante di fragole bianche del giardino ducale di Porto e, soprattutto fa cenno dei suoi giardini della Villa in Lainate... "et perché ogni mio tempo si e negli Giardini, perciò voglio suppl. a fanorirmi di commettere che me ne siano mandate alcune piante, quanto prima per essere la stagione opportuna...". Tale famigliarità gli consente un particolare prestigio politico e diviene consigliere e mediatore dei Gonzaga per i loro acquisti d'arte in Milano.

Mecenate e collezionista, incaricato dalla Fabbrica del Duomo di sovraintendere ai lavori della porta orientale, Pirro I affitta in contrada di Brera, per farne la propria residenza in città, il palazzo Medici, commissionato da Papa Pio IV e rimasto incompiuto per la sua morte. Negli stessi anni Pirro I incarica Martino Bassi della ristrutturazione della modesta Villa di Lainate ed esegue i grandi lavori che la trasformano in uno dei luoghi di delizia più ammirati dai conoscitori d'arte e dai viaggiatori tra il Sei e l'Ottocento, portando a compimento definitivo quel passaggio da Cascina a Palazzo residenziale che già il proprio padre aveva avviato.

Martino Bassi è uno degli architetti della Fabbrica del Duomo. L'avvento dell'arcivescovo Carlo Borromeo il quale desidera che il Duomo divenga il tempio esemplare della cattolicità post-tridentina e che la Chiesa Cattedrale sia la cattedra della città, l'altare della città ed intende attuare nel Duomo il "modello" di chiesa della Controriforma trionfante per la quale il termine "gotico" o "simmetria germanica" era evidente sinonimo di eresia, lo pone nella condizione di dover abbandonare i lavori cui presiede sostituito per espressa volontà carliana da Pellegrino Tibaldi dei Pellegrini. Le sue indubbie capacità lo portano immediatamente al servizio di Pirro I ed esegue gli interventi a Lainate. Con lui opereranno nella parte artistica il pittore Francesco Mazzucchelli, detto il Morazzone, lo scultore Francesco Brambilla il giovane e il pittore Camillo Procaccini che ha sposato Veronica Spinola della nobiltà genovese. L'importanza del pittore e il matrimonio della sorella della moglie, Bianca Spinola, con Fabio 11, figlio di Pirro 1, sono 1'occasione per il nobile patrizio lainatese di invitare ad operare nella Villa di Lainate il pittore emiliano, cognato del figlio.

Francesco Brambilla, che fu protoscultore della Fabbrica per quarant’anni e indubbiamente il maestro del manierismo scultoreo del Duomo di Milano e uno dei suoi più validi assertori in terra lombarda.
Si deve intendere per "manierismo lombardo" quella produzione artistica - pittorica, scultorea e architettonica - che si può far coincidere con il frutto maturato dalla esperienza del pieno cinquecento romano giunta a Milano con Pellegrino Tibaldi e dallo stesso portata a indipendenza e completezza.

II "manierismo lombardo" nasce e cresce in quella cerchia di pittori e di scultori che si erano avvicinati all'arte del Tibaldi per mezzo della quale la solenne arte michelangiolesca della Roma papale del cinquecento si fa più descrittiva e idonea all'ascolto popolare. Questo ricchissimo periodo artistico milanese ha nel Duomo di Milano il suo "cantiere" con molti validi esponenti: i pittori G.B. Crespi detto il Cerano, Giulio Cesare e Camillo Procaccini, il Morazzone e scultori come Francesco Brambilla, Annibale Fontana, Michele Antonio Prestinari.

Pirro I, poi, in rappresentanza del Ducato di Milano compare a Firenze, in un momento importantissimo della vita di quella città: è fra gli invitati di Cosimo I de' Medici alle nozze di suo figlio Francesco I con Giovanna d'Austria. Cosimo I, figlio di Giovanni delle Bande Nere e che sarà poi creato Granduca da Papa Pio V, con questo matrimonio ottiene l'inserimento di fatto della famiglia Medici tra i casati di più antica nobiltà. In questa circostanza Pirro I avrà occasione di conoscere Firenze, di vedere i lavori intrapresi da Cosimo I per l'ultimazione di Palazzo Pitti, in cui si trasferisce con la moglie, la bella Eleonora di Toledo, le opere del Vasari, del Bronzino e del Pontormo, i disegni preparatori della villa ducale di Pratolino nei quali può scoprire le "invenzioni" dell'Ammannati, del Buontalenti, i giochi d'acqua e la gran statua del Dio Appennino e probabilmente assiste "nelle fonderie medicee" agli esperimenti di alchimia di cui Francesco I e uno dei massimi cultori del tempo. Avrà successivamente modo di essere ancora ospite di Firenze nel 1589 "... con pompa, liurea, e cariaggi Ducali e quivi dal Granduca e dagli altri principi fu con grande accoglienza ricevuta..." in occasione delle nozze di Cristina di Lorena e il Granduca Ferdinando de' Medici, cardinale che, pur tra le angosce di Papa Sisto V, abbandona la porpora, ottiene la dispensa matrimoniale e succede al fratello Francesco I dopo la tragica e misteriosa morte di costui e di sua moglie Bianca Cappello nella Villa Ducale di Poggio a Caiano.

Pirro I è molto colto ed è presidente dell'Accademia Letteraria di Val di Blenio. Questa località della Svizzera italiana sulla strada che sale al passo del Lucomagno ospitava un'Accademia di artisti di primo piano (pittori come il Lomazzo, Aurelio Luini figlio di Bernardino, il Semini o il Duchino, scultori come Annibale Fontana, musicisti, ricamatori, letterati, ecc.) e ci aiuta a riconoscere un vivace movimento culturale di fronda nato e cresciuto nel clima del rigorismo post-tridentino del primo Borromeo. "Uomini consci del proprio valore, ma nienttaffatto disposti a rinunciare alla gioia del vivere; amanti della loro arte ma non meno del piacere dei sensi."

Il simbolo dell'Accademia di Val di Blenio e Dioniso, la divinità greca protettrice della poesia la cui presenza era invocata con un brindisi (acqua e vino mescolati) propiziatorio all'inizio dei simposi, momenti in cui i poeti si confrontavano recitando versi, odi e carmi.

Non abbiamo testimonianza di viaggi a Roma di Pirro I ma certamente Pirro I ebbe modo o attraverso la conoscenza diretta o la relazione di artisti suoi intimi o dalla attenta lettura di disegni o incisioni di conoscere i modelli architettonici della Roma della seconda metà del cinquecento. Si accosta pertanto ad edifici come il Ninfeo di Villa Giulia o Villa Adriana a Tivoli e all'acqua che è elemento fondamentale degli stessi ma soprattutto valuta appieno l'importanza delle Terme di Antonio Caracalla, di Diocleziano (prima che Michelangelo ne "traesse un tempio bellissimo" e le trasformasse nella Chiesa di Santa Maria degli Angeli) e di Traiano che in quegli anni sono tornate ad essere visibili. Le Terme romane oltre che luoghi deputati ai bagni pubblici avevano ampie zone destinate ad incontri pubblici, a discussioni, alla stesura di documenti ma erano essenzialmente il "luogo" in cui venivano esposti frammenti antichi, statue e quasi certamente i "frutti" delle guerre di espansione dell'antica Roma.

Pirro I raccoglie i messaggi di viaggio e conoscenza e li trasporta nel Ninfeo che egli sta costruendo nella Villa di Lainate e che, in quel periodo di tempo, e conosciuto come Fonte o Fontana di Lainate. Ninfeo viene considerato sinonimo di fontana monumentale. Paolo Giovio ricorda che "...uno antico romano pose tal nome (ninfeo) ad suo luogo abundante d'acque e frescure di giardini...".

Colpisce l'assoluta originalità concettuale del progetto per la presa, raccolta e distribuzione dell'acqua che alimenta le fontane, gli scherzi e i giochi d'acqua (1586) e in cui l'impianto e fatto funzionare dalla meccanica di un pozzo e non dalla forza idraulica di un ruscello o di un rivo.

II progetto si ritiene opera di Agustinus de Ramellis de Mesanzana (Agostino Ramelli), ingegnere militare, nato intorno al 1531 tra Mesenzana e Ponte Tresa (Varese). Agostino Ramelli autore "di diverse et artificiose machine" fu al servizio di Giangiacomo Medici, detto il Medeghino "gran conduttore di guerra anzi braccio destro di quel magnanimo ed inuittissimo Carlo V imperatore ch'è stato a' di suoi come ben sa l'Oriente e l'Occidente per mare e per terra un tremendo e formidabile folgore dell'armi". L'ingegnere fu all'assedio della Rochelle (1573) dove rimase ferito e fatto prigioniero dagli Ugonotti. Il Duca d'Angiò ne custodì il figlio sino alla liberazione e, salito al trono di Francia e Polonia sotto il nome di Enrico III, gli fu amico sino a concedergli una pensione che gli permise di dedicarsi agli studi e alla pubblicazione del volume "Machine" in cui vengono illustrati i congegni di centodieci "innovazioni" realizzate sugli studi di Leonardo: pompe a stantuffo, idrovore, sollevatori d'acqua, mulini, argani da pozzo, gru, carri d'assalto, mezzi di distruzione ecc... Con lui collabora, come ci ricorda il Tramajoni, l'architetto Giorgio Andrea Bocklern.

Vista del grande mosaico ai piedi della facciata nord del Ninfeo

La casa del meccanico idraulico con il suo pozzo e la Torre del Serbatoio e la successiva caduta di venti metri, attestano l'ingegno di questi uomini e la presenza attiva del Conte Pirro I che, almeno inizialmente, agisce ed opera anche come "Fontaniere" tanto che..." "la fontana di Lainate e opera di così nobile architettura che può paragonarsi con qualsiasi altro edificio anche maggiore che oggi si legga. Questa e quella fontana che per la grandezza dell’edificio e stimata uno dei miracoli di questi tempi, essendo artificiosa fin nelle trombe, dalle quali ricche l'acqua: perché son esse concie a' regolata connessione secondo le forme trovate e mostre del Ramelli con una torre alata solamente, perché sia tratta l'acqua così dall'alto, che quanto maggiormente poi discende tanto meno trovi difficile l'altra salita...". Nell'"Arte Poetica" di Benedetto Sossago si fa inoltre riferimento ad uno, sinora sconosciuto nativo di Maccagno che ..."circiter annum 1550 fabrefecit fontes manuales in delicio Mediolanensi Leinato...".

Gerolamo Borsieri, grande studioso comasco e protettore d'artisti all'inizio del seicento, per primo, ci informa sul ruolo svolto da Camillo Procaccini alle decorazioni del Ninfeo e all'affascinante problema della tecnica operata dall'artista per i mosaici di Lainate che suggeriscono la loro presumibile epoca esecutiva agli esordi della sua attività milanese. Le decorazioni databili con sicurezza tra il 1587 e il 1589 sono celebrate come esempio di pittura innovativa e rinnovativa in "Rabisch" componimento poetico del 1589 di GianPaolo Lomazzo. Il Lomazzo tributa un omaggio a Lainate non solo nella persona del suo esecutore, ma soprattutto celebra il committente Pirro Visconti Borromeo al quale è dedicata la raccolta poetica.

Nel 1592, come scrive Paolo Morigi, Pirro I "fu in grado di alloggiare pomposamente il presente Duca di Mantova e di Monferrato (Vincenzo I Gonzaga) con la sua corte alla terra di Leinate, dove il nostro generoso Visconte ha una fonte e un giardino Ducale". Ma già nel 1587 il letterato piemontese Gherardo Borgnoni ne "La fonte del Diporto", un dialogo dotto e infarcito di citazioni con dedica a Pirro I, dice "...nobilmente alloggia (le Muse) cedendo loro quella Fonte, ove fra bella garra di Natura e d'Arte godono in una sola uniti gli agi e i piaceri di molti c'han dalla Fama onori...".

Contemporaneamente ai lavori di sistemazione architettonica del Palazzo, ed e un fatto di assoluto rilievo, Pirro I imposta anche il giardino vero e proprio, lungo l'asse di penetrazione da sud verso nord e culminante a settentrione in una esedra, su progetto redatto da Martino Bassi, con il gruppo scultoreo in terracotta raffigurante il Ratto delle Sabine (scuola del Giambologna). La parte compresa tra il palazzo e il Ninfeo era costituita nel 1656 da un prato con un'area destinata a "gioco di pallone con due sbarre di pietra".
Oltre l'edificio del Ninfeo si raggiungeva una zona destinata a giardino formale. Lo schema iniziale era quadripartito con vasi di agrumi che ne sottolineavano la scansione. Nell'inventario dei beni mobili del Conte Pirro I, redatto dal notaio Benedetto Coerenzio il 24 gennaio 1604 si ha notizia di "156 piante di naranzo et limoni nelle secchie".