| Il Cinquecento fu per
Milano un secolo di fuoco che vide sotto il ducato degli Sforza, sostituitisi ai Visconti,
l'avvicendarsi del potere dei Francesi e degli Spagnoli.
Anche in questo tormentato periodo le famiglie più in vista consolidano il loro potere
con l'acquisto di beni e col legarsi al carro dei vincitori.

Abbiamo visto come i Borromeo fossero
già ben insediati a Lainate, cosa che risulta anche dall'inventario dei beni lasciati dal
Conte Fabio Borromeo, dove sono elencati in dettaglio sia i mobili (sedie, botti, torchi,
materassi, lenzuola, tovaglie, prodotti agricoli, etc.) contenuti nella loro dimora
lainatese, sia i proventi che derivavano dagli immobili affittati.
II palazzo non aveva ancora, allora, il carattere di villa che per primo volle dare al
complesso Pirro I, figlio di Fabio e Costanza Trivulzio.
A Lainate oltre ai Borromeo, troviamo la
famiglia Girami, che vende ma soprattutto compera terreni, case, orti e alcune di quelle
vigne che, completamente scomparse in tempi più recenti, così numerose erano nei secoli
scorsi.
Col passare degli anni una sempre maggiore estensione di terreno veniva bonificata: si
tagliavano i boschi, si seminava, si piantava, cercando di contrastare il flagello
ricorrente della carestia. Bastava poco per scatenare una terribile catena di morte: un
cattivo raccolto, un periodo di siccità portavano inevitabilmente alla fame perchè
mancavano adeguate scorte alimentari e la popolazione affamata era facile preda delle
malattie e della peste, che si diffondevano con estrema rapidità anche per l'assoluta
mancanza di igiene. Tutti quei campi che faticosamente venivano conquistati
all'agricoltura erano l'unica possibilità di contrastare questo pericolo.
I documenti relativi a questi passaggi di proprietà riportano persino il nome di alcune
di quelle vigne o la posizione approssimativa dei terreni in quanto ancora non esisteva
una mappa catastale precisa a cui far riferimento.
Ecco quindi che, quando il 25 giugno 1593 i coniugi Croce vendono un campo a Matteo Ranzo,
il documento relativo lo descrive come "una pezza di terra nel territorio di
Leinate dove si dice nel malo dietro la strada d'Origgio".
È questa una preziosa testimonianza relativa a quello che oggi è uno dei rioni del paese
mentre una volta doveva essere una località lontana dal centro abitato per quanto vicina
alla cascina di San Vittore o Càsinètt. Se risale addirittura alla
fine del Cinquecento la prima documentazione scritta del nome del Malo, forse altrettanto
antiche sono le denominazioni degli altri rioni: in Benefisi per esempio è evidente il
richiamo all'istituto feudale del beneficio, mentre negli altri nomi si leggono legami col
mondo agricolo (Sciloria = aratro), o si notano prerogative di carattere topografico
(Strecia = via stretta) o riferimenti particolari (la presenza di una croce per La Cros,
un piccolo sentiero o il fatto di essere in direzione di una cappella fuori del paese per
senteeou o Santa Oeu - probabilmente da "foeura"-).
Va anche sottolineato il fatto che sempre più spesso le persone vengono citate con tanto
di cognome. Fino al XII secolo vi era stata una continua oscillazione tra discendenza per
linea maschile (rapporto familiare agnatizio) e per linea femminile (rapporto familiare
uterino), ma da allora i cognomi italiani, in gran parte patronimici, cominciarono a
fissarsi ed è curioso che alcuni di questi si siano mantenuti inalterati a Lainate nel
corso dei secoli.
Parecchi sono i documenti ecclesiastici relativi al territorio di Lainate che abbiamo
rinvenuto presso la sezione X dell'Archivio di Curia Arcivescovile di Milano, i cui volumi
sono interamente dedicati alla Pieve di Nerviano.
Risulta che il 7 febbraio 1523 un tale Antonio e suo figlio Jacopo, ambedue di Lainate ed
abitanti in località Grancia, in virtù della loro fede, fecero dono alla chiesa di S.
Vittore in Lainate di complessive 48 pertiche situate nel comune.

È invece del 26 maggio 1555 una bolla di
papa Paolo IV in cui si accenna ad una pensione gravante sul beneficio di Lainate.
A partire dal 1560 si aprono anni determinanti per la vita dei cattolici milanesi e non
dell'epoca, in conseguenza della nomina a cardinale di Carlo Borromeo (gennaio 1560) e
della chiusura del Concilio di Trento (1563).
Occorrendogli del denaro per costruire un seminario, S. Carlo tassò a questo scopo il
clero che godeva di un beneficio ecclesiastico e quindi anche quello di Lainate.
Dal "Liber Seminarii Mediolanensis" (ovvero "Catalogus totius cleri
Civitatis et Diocesis Mediolanensis cum taxa a singulis solvenda pro sustentatione
Seminarii inibi erigendi") del 1564 apprendiamo che anche la "Reftoria de
Sancto Petro de Ledenate de devotissimo Bernardino Pagano" fu tassata per "L
(lire) 6 S (sold)) O D (denari) O".
Ma S. Carlo giunse solo nel 1566 a
Milano, che era state retta per 60 anni da vicari e che quindi vice con sorpresa l'arrivo
dell'arcivescovo e il suo desiderio di conoscere le reali condizioni della diocesi.
È forse proprio per questo che in data 18 settembre 1568 il "presbiter simon
Moneta Rector sancti victoris loci Laynati" redige con estrema cura e ricchezza
di particolari -"baldachino de rave cremisi con le hornamenta de argento"-
un inventario di tutti i beni appartenenti alla chiesa.
Nel 1570 S. Carlo visitò personalmente
la pieve di Nerviano e il 23 aprile giunse ad Origgio dove affrontò il problema suscitato
da alcune accuse riguardanti la moralità del parroco del luogo, che continuò ad
inquisire anche quando si spostò a Caronno e a Lainate, dove giunse il 26 aprile.
Il Concilio di Trento aveva prescritto
che si tenessero aggiornati i registri con le note relative allo stato delle anime, ai
battesimi, ai matrimoni e alle morti dei fedeli ed è per questo che, a partire dalla fine
del 1500, più numerose e più complete sono le notizie che abbiamo circa la composizione
di ogni famiglia, l'età media della vita di allora e le professioni ed i mestieri
esercitati.
La prima nota di questo tipo "de luogo et territorio di Leiynate" risale
al 1570: vi sono nominati tali "Alessio Grassino, falegname; Ferdinando Castiglione,
falegname; Bernardino Marliano, oste; Costantino Musazza, contadino" e in essa sono
citati anche gli abitanti "della paijèra" e "della
graja".
Il tessuto sociale cominciava dunque ad essere un poco più articolato e forse quella del
falegname era una professione che si era diffusa grazie alla notevole presenza di boschi
da taglio e grazie alla richiesta di lavoro dei Borromeo.
È del 28 settembre 1580 il testamento
col quale Donato Girami, discendente della famosa famiglia che legò il suo nome a
Barbaiana dove risiedeva, lasciava anche un legato a favore di due nubende povere della
parrocchia di Lainate.
Era questa un'usanza diffuse nel passato che consentiva alle ragazze più povere del luogo
di disporre di una piccola dote senza la quale era per loro a volte impossibile sposarsi.
In età feudale poi il matrimonio era soggetto al consenso del signore, che poteva
proibire l'unione fra i suoi servi, legati indissolubilmente alla terra su cui vivevano, e
quelli di un altro.
Un'altra visita pastorale fu compiuta a Lainate dal segretario particolare di S. Carlo,
mons. Bernardino Taurisio, nel 1583. Le successive visite furono compiute da quest'ultimo
nel 1595 e da mons. Antonio Albergato nel 1596, entrambi inviati dal cardinal Federico
Borromeo, nuovo arcivescovo di Milano. Gli atti relativi sono contenuti in un volume
calligrafico di 242 fogli complessivi, dotato di indice e di una carta topografica
colorata ad acquarello, in cui oltre a Lainate e ad altri paesi della pieve appare anche
la certosa di Garegnano in Milano.
Purtroppo le pagine del volume riferentisi a Lainate sono notevolmente danneggiate, ma
ugualmente si può rilevare che vi erano in tutto 1300 anime, di cui 900 comunicate.
Questi primi dati anagrafici, se pure abbozzati, sono importanti perchè, confrontati con
quelli dei paesi vicini, mostrano come Lainate fosse ormai inferiore per numero di
abitanti solo a Saronno.
II nostro non era più, dunque, quel villaggio tanto più piccolo di Origgio, ma era
cresciuto di pari passo con le esigenze della famiglia Visconti Borromeo, che avrebbe
fatto della sua villa lainatese una delle case di campagna più rinomate e frequentate del
Milanese.
IL SEICENTO:
"centosessantuno focolari et tre case da nobili"
Il Seicento vede Milano sotto il
predominio spagnolo e proprio a Milano si trovava il governatore assistito da un Consiglio
Segreto e una Congregazione di Stato, mentre a Napoli e a Palermo risiedevano due Vicerè.
È noto quanto deleteria sia stata la ottusa amministrazione spagnola per i paesi
soggetti: un fiscalismo eccessivo essiccava le fonti della produzione; militari e
funzionari si mostravano venali ed intenzionati solo ad arricchirsi; il governo centrale
appariva lento e poco attento alla voce dei sudditi; un conformismo religioso bigotto e
superstizioso soffocava ogni forma di libertà del pensiero; un costume ispirato a vuota
ostentazione mostrava disprezzo per il lavoro manuale frenando lo sviluppo economico
pubblico e privato. Anche se la mentalità spagnola era più incline ad accogliere lo
spirito severo ed integralista della Controriforma, che combatteva il Protestantesimo con
decisione e durezza, pure non mancarono anche in questo periodo figure della stature di
Federico Borromeo, che agirono piuttosto nello spirito della Riforma Cattolica cercando la
diffusione del Cattolicesimo con l'esempio e l'evangelizzazione.
La vita del paese emerge ancora più
chiaramente da una serie di testimonianze di carattere civile. Anche in questo secolo
poche sono le famiglie notabili di Lainate.
Oltre ai Borromeo e ai Girami troviamo ora i Simonetta, eredi di Margherita Galarata, e i
Borro, che si imparentano coi Girami. (Quattrocento pertiche del territorio di Lainate
costituiscono infatti parte della dote nello "scritto matrimoniale" del 20
gennaio 1600 redatto per il matrimonio fra Anna Elisabetta Girama e Simone Borro).
Dai documenti relativi ai numerosi acquisti effettuati dai Borro conosciamo il nome di
alcuni piccoli proprietari (famiglia Bosona, Ambrogio Taverna, fratelli Lomeni), che
alienavano i loro beni, e la denominazione di alcune vigne ("vigna detta il
Novellino", "vigna detta alla Novella o gia alla Morandina", "vignola
apelata la Banfa"), che confermano quanto fosse allora diffusa la coltivazione
della vite.
Oggetto di vendita non erano soltanto terreni o beni immobili: il giorno 8 febbraio 1608
il Casello Curatore delI'eredità di Cristoforo Giramo vende a Simone Borro, fra l'altro,
il reddito che veniva pagato dalla Comunità di Lainate e il 18 giugno 1649 la Regia
Ducale Camera di Milano vendeva a Giovanni Battista Riva la facoltà di riscuotere il
dazio sul vino al minuto e sul pane venale.
La terribile pestilenza del 1630 non
aveva colpito Lainate, stando a quanto affermavano in data 1° aprile 1647 Filippo Petraro
e Pietro Rolfo, rispettivamente Console e Sindaco del Comune, con Steffano Cardano, che
firma anche per il Rolfo "per non saper lui scrivere".
I tre sostennero che "in detta terra non e stata peste once tanti sono li focolari
adesso, quanti prima, cioe come centosessantauno, et tre case da Nobili con la
Parrochiale. Alla Granchia sono focolari sette. Alla Paiera tre".
I focolari, cioè le famiglie, erano quasi raddoppiati dunque rispetto agli 83 del 1585 e
di nuovo si sostiene che la Comunità di Lainate non era infeudata ma direttamente
sottoposta alla Regia Giurisdizione, nonostante il giuramento di fedeltà dei Borromeo del
1470: a questo proposito bisogna tenere presente, oltre al succedersi delle diverse
dominazioni, anche il fatto che non sempre e non dovunque valeva il principio della
ereditarietà del rapporto feudale di vassallaggio (non del feudo), che manteneva perciò
il suo carattere personale e valeva dunque solo per le persone che lo contraevano.

Delle "tre case da nobili"
senz'altro la più importante era la Villa: Pirro I Visconti Borromeo, il figlio Fabio e
il nipote Pirro II la ingrandirono e abbellirono a più riprese perchè facesse da degno
sfondo agli sfarzosi ricevimenti che contribuirono a dilapidare il patrimonio della
famiglia, tanto che alla morte del marito Pirro II, avvenuta nel 1676, la marchesa Bianca
Spinola fu costretta a cederla ai Litta. |