Le delizie del Ninfeo
In origine il ninfeo era stato il tempio delle ninfee, che secondo la mitologia greco-romana, popolavano i mari, le fonti, i boschi ed i monti. Mutando il significato culturale, il termine ninfeo nella Roma imperiale, diveniva sinonimo di fontana monumentale.
Un primo scrittore nel Rinascimento che ci tramandava le descrizioni di queste costruzioni, fu Leon Battista Alberti, che narrandoci di grotte artificiali, sembrava riferirsi a grotte naturali abbellite dalla mano dell'uomo.
Nel cinquecento però, la maggior parte dei ninfei era costituita da uno o più ambienti in muratura, che situati in ampi parchi, volevano rappresentare antri naturali con la creazione illusoria di un regno d'acque, attraverso un uso appropriato di spugne, pietre pomici, madreperle, coralli, conchiglie e tufi. Questi materiali incastonati l'uno nell'altro su tortuose pareti, formavano magnifiche decorazioni alle quali si univano mosaici, affreschi, e stucchi. Le raccolte di statue che disposte lungo pareti o in nicchie, contribuivano ad abbellire l'edificio rappresentavano una sorta di rinascita del paganesimo antico, con ninfe e satiri burleschi.
Il ninfeo diveniva per analogia la grande fontana monumentale delle ville rinascimentali e barocche arricchito da portici, esedre, nicchie, grotte artificiali e scenograficamente realizzato il più delle volte sul declivio naturale del terreno.
A Lainate assume una grande importanza non solo per la sua splendida architettura e l'avanzatissimo impianto idraulico, ma anche per il significato culturale che acquista con le collezioni d'arte racchiuse.
Il ninfeo di Lainate corre parallelamente e simmetricamente al nucleo abitato della Villa ed è costituito da un complesso rettangolare coperto, il cui lato lungo misura 50 metri circa e il lato corto 10 metri circa; verso nord l'edificio si estende (alle estremità lunghe del rettangolo) con due emicicli affrontati simmetricamente e perpendicolari alla costruzione, che continuano in due strutture monumentali a L, sorta di quinte laterali che chiudono a nord il gioco di linee dell'edificio.
Un rifacimento del tardo settecento, di cui conosciamo ogni minimo dettaglio, ha modificato in maniera sostanziale l'architettura esterna del ninfeo: originariamente la facciata era costituita in "cotto a vista" con una probabile attenzione filologica tesa a recuperare l'uso del materiale costruttivo degli edifici termali romani, per tutto il cinquecento punto di riferimento per i costruttori di fontane monumentali. Con il restauro ad opera dei Litta lo stesso fronte viene ricoperto da una "pellicola" di arenaria ("cornettone") con funzione protettiva dell'umidità.

Diversamente il prospetto sud viene letteralmente ricostruito da una equipe di artisti guidata dal pittore Levati e dallo scultore Carabelli. Gli artisti, con il loro intervento, hanno voluto riassumere nella fronte d'entrata alle sale del ninfeo le caratteristiche di "luogo d'acqua" proprie dell'edificio.
Il documento di questi accrescimenti cita testualmente: "...Tutta questa facciata a Mezzogiorno si è abbellita con tuffo, cascate d'acque e con statue e bassorilievi fatti dal Carabelli".
Attraverso l'uso del tufo e bassorilievi raffiguranti divinità marine si voleva ricostruire un "regno d'acque" e, in questo senso, ben si reinterpretava la procedura costruttiva delle fontane artificiali già tipica del rinascimento, ma nel nostro caso si snaturava la concezione originaria dell'edificio.
Gli ospiti, che dalla corte del palazzo giungono al giardino, si imbattono nel ninfeo; li attende un pronao avanzato rispetto al corpo dell'edificio formato da quattro pilastri in cotto a fianco dei quali corrono due balaustre in pietra, decorate a intervalli regolari con figure di draghi e arpie "idraulicizzate", attraverso le quali defluiscono le acque zampillanti da fiorami di rame

Gli ospiti proseguono, e attraversato il pronao entrano nel primo ambiente: una stanza centrale dell'edificio a pianta ottagonale (denominato atrio dei quattro venti) costruita, all'interno, con una cupola illusionistica che allunga verso l'alto la stanza.

Da questo ottagono si accede alla altre stanze del ninfeo, circa 500 mq. interamente "tappezzati" a mosaico di sassi colorati (pareti e pavimenti), adibiti all'esposizione della collezione di Pirro I, statue di bronzo e di marmo, quadri di Coreggio, Bronzino, e Luini, curiosità della natura e dell'arte che, in ogni angolo, suscitano la meraviglia dello spettatore.
Il succedersi di queste stanze a mosaici è interrotta da un piccolo ambiente costruito con incrostazioni di tufo, elementi marini, mosaici, dove le acque gocciolanti fra i tufi si raccolgono in una vasca di marmo inserita in una sorta di grotta e, esplosione di curiosità e "notturnismo", da un grande emiciclo dove un passaggio ricco di conchiglie, stalattiti, stalagmiti, composte ad arte richiamava in mondo delle grotte marine ed un magico sfondo all'esposizione di statue di venere di marmo, disposte in alcune vasche dove si raccolgono le acque provenienti dalle rocce di questo "museo geologico e statuario".
Ambiente estraneo alla concezione del rettangolo a mosaici è il "cortino delle piogge", ambiente a cielo aperto con pianta ottagonale ristrutturato nel tardo settecento con interventi scultorei di Carabelli (cariatidi di gesso) e pittorici di Levati (prospettive fantastiche)".
Martino Bassi progettò la cupola dell'atrio dei quattro venti e la pianta del ninfeo, ma sono da attribuire a Francesco Branbilla la balaustra delle "romane" (draghi e arpie a sud del ninfeo), la progettazione dell'apparato decorativo di tufi e conchiglie dell'emiciclo e delle grotte, la progettazione del grottino (detta stanza dell'uovo", l'esecuzione delle due statue entro le nicchie ai lati dell'entrata dell'atrio ottagonale centro dell'edificio.
Nell'esecuzione dei giochi d'acqua lavora un ingegnere idraulico che, all'avanguardia nel nord Italia, costruisce uno dei rarissimi impianti idrici per fontana servito dall'acqua di un pozzo, "secondo le forme trovate e mostre dal Ramelli (così il nome dell'ingegnere) con una torre alzata solamente: perché sia tratta l'acqua così all'alto, che quanto maggiormente poi discende tanto meno trovi difficile l'atra salita".

Al di sotto di una graziosa balconata e di una celletta a nicchie binate, un serbatoio in rame dalla capacità di sette metri cubi e mezzo, costituiva la riserva idrica che, grazie a 20 metri di caduta, attraverso una tubazione in piombo di 890 metri con registri (rubinetti), permetteva il funzionamento dell'intero sistema delle fontane, dei mormorii, delle nove cascate e dei 53 "scherzi". E il buon cavallo, nella "casa del macchinista idraulico" adiacente alla torre, girando in tondo, azionava le pompe a vuoto che pescavano l'acqua dal pozzo principale e alimentavano il serbatoio collocato lassù.
Una personalità certamente importante quanto riconoscibile nella "fucina artistica" di Lainate è quella di Camillo Procaccini.
Egli interviene "nei soffitti delle sei stanze a nord dell'edificio, simmetricamente divise dall'ottagono centrale in tre stanze per lato. Le decorazioni di questi ambienti sono ispirate a un gusto per il movimento e il metamorfismo che già abbiamo visto essere alla base della concezione di tutto l'edificio: lo spettatore vede terminare un busto d'uomo con arti d'animale o in forma di pianta, o un corpo d'animale assotigliarsi in un fusto di pianta, tutto in una continuità di linee che non lascia mai pausa allo sguardo.

Le decorazioni si ripetono simmetricamente nei quattro spicchi delle volte delle stanze raddoppiandosi specularmente nelle stante aventi lati lunghi contrapposti a lati corti".
La tecnica di questi mosaici ha dei procedimenti in parte simili alla pittura ad affresco: il pittore delineava con una "sinòpia" i contorni della raffigurazione per lasciare ad un mosaicista a tappezzare di sassi pareti, soffitti e pavimenti delineati dalla sinòpia. Sul supporto a mosaico interviene nuovamente il pittore, che con l'uso dei tempera colorata ammorbidita con latte di fico dà forma alle complesse figure.
Come nel processo "a fresco" il lavoro era frammentario e procedeva pezzo a pezzo; è chiaro il motivo per cui Procaccini rimase impegnato dal 1587 al 1589.
Un’eccezione in questo piano decorativo interamente a mosaico è costituita da un piccolo ambiente chiamato stanza dell'uovo. Costruito con incrostazioni di travertino, mosaico di ciottoli bianchi e neri e conchiglie disposte a riprodurre la forma di una valve entro le nicchie delle pareti. Arricchiscono la stanzetta composizioni con pietre dure azzurre e, nei riquadri, raffigurazioni di animali, tra cui la civetta, sacra a Minerva, dea della sapienza.

Una pianta e una decorazione singolare ha pure l'atrio del sedile, sorta di portico affacciato su un piccolo giardino dove sono sistemate, sopra una montagnola di travertino, due statue in stucco che riproducono l'Aurora e il Crepuscolo (tombe Medicee, Firenze, San Lorenzo, Michelangelo).
L'insieme presenta un divano e appoggi, posandosi sui quali, il visitatore viene investito da getti d'acqua. Sulla volta, l'emblema ducale di casa Litta. Un angioletto femminile collocato su una mensola accoglie gli ospiti con zampilli e spruzzi.
Prospiciente il cortiletto della girandola un putto, al centro di una vasca, sostiene una girandola che, azionata dalla forza dell'acqua, offre agli ospiti riflessi e iridiscenze mediante gli specchietti su di essa applicati.
Un emiciclo, sorta di passeggiata coperta, costruito con una volta a botte sulla quale si alternano composizioni di stalattiti e pareti in cotto, decorate con formazioni travertinose e stalattitiche, riproduce numerosi anfratti ricchi di statue e panchine.
Oltre questo emiciclo si estende un labirinto costruito artificialmente con travertino le cui vie conducono ad una galleria coperta decorata con mosaico di ciottoli colorati. All'ingresso della galleria si presentano tre najadi che, studi recenti (A. Morandotti), attribuiscono a Francesco Brambilla il giovane. Di esse, quella centrale, secondo la tradizione popolare lainatese e detta "La Vegia Tuntona" (da tentona, tentatrice) sinonimo di perdizione o vita peccaminosa.

La lunga galleria, posta al di sotto della torre delle acque, è decorata a mosaico con sassi colorati da Francesco Levati (fine XVIII sec.). Alle pareti una finta ara, rovine di un tempio e motivi arborei. Sulla volta, riproduzioni di stormi di rondini.
Un altro ambiente, isolato rispetto alla predominante simmetria dell'edificio, è una sala ottagonale con soffitto a cielo aperto: il cortile delle piogge. Costituito da otto cariatidi perimetrali (ne rimangono, frammentarie, quattro) che raccordano pareti affrescate e prospettive architettoniche. Al centro una colonna cava in marmo delle Valli ossolane.
L'acqua, opportunamente manovrata, che zampillava o che cadeva dalla trabeazione, consentiva di produrre differenti effetti di pioggia e la creazione simultanea di arcobaleni. Ai piedi della porta che immette nella galleria "lo scalino di Stendhal".
I giochi d'acqua
Il Pronao, costruito su una idea architettonica di Sebastiano Serlio (XVI sec.), raccolta dagli studi e ricerche di Vincenzo Scamozzi "L'idea dell'architettura universale", accoglie i visitatori. Nelle lunette: due bassorilievi del Carabelli rappresentanti Venere al bagno e Diana cacciatrice. Sulle balaustrate sono collocati dodici vasi in pietra viva, opera di Francesco Brambilla il giovane. Dai vasi, altrettanti getti a fontana alimentano draghi e arpie. L'espressione del viso di alcune di queste figure ha toni di intensa drammaticità.
Superati i primi gradini, la scritta a mosaico 1780 (data dell'ultimo importante intervento di rifacimento), le cascatelle delle vaschette in marmo rosa, le statue cinquecentesche in stucco di Giano (sinistra) ed Ercole (destra) e il trionfo degli spruzzi dell'atrio. Due gallerie simmetriche e con eguale numero di getti che si levano dal pavimento conducono l'una, a sinistra, alle grotte nuove, l'altra, a destra, detta galleria delle romane, al cortile delle piogge. In alto, su entrambi i lati, nei lunettoni, allegorie di fiumi creano nell'ospite l'illusione e il timore di essere investito da un'autentica cascata. L'acqua, invece, opportunamente guidata da fontanieri celati in nicchie nascoste ricoperte di tufo ove, da feritole mascherate osservavano i movimenti di dame e cavalieri, ricade attraverso saltelli artificiali che ne frenano la forza ma ne aumentano l’efficacia e lo stupore.
Attraverso un arco pensile si raggiunge, superati ed ammirati gli zampilli del pavimento, il cortile delle piogge con la colonna in marmo verde dell'Ossola.
La sorpresa maggiore e data dallo spettacolo scenografico dell'Atrio dei Quattro Venti. L'acqua gorgoglia cadendo a cascatelle dall'alto e nelle quattro vasche laterali. Gli spruzzi si incrociano ai due ingressi e soprattutto, con differente intensità, si levano circolarmente dal centro della stanza. I fontanieri cadenzano i movimenti dell'acqua sulle note musicali di brani d'epoca.
I complessi e delicati interventi di ripristino hanno portato al recupero dei giochi d'acqua della stanza dell'uovo, unica ad essere dotata di impianto idrico. L'acqua sgorga da un bacile collocato entro una nicchia, ricade, dopo una serie di evoluzioni, in una vasca di marmo rosa ed aziona lo zampillo centrale ove, in origine, era posizionata una gallina di metallo dorato. Altri giochi alle pareti e all'intorno dell'apertura al soffitto.
"Lo scrosciare delle cascate, lo zampillare dei getti dai pavimenti, il gorgoglio che, sommesso, scaturiva dalle nicchie, il furtivo sguardo dei Fauni al candore delle Naiadi al bagno, su cui l'acqua disegnava arabeschi, irretivano ed affascinavano il visitatore che, irrimediabilmente, era conquistato dall'ambiente, vero luogo di delizie."
Alle sporgenze laterali del fronte nord del Ninfeo, due grandi statue in marmo bianco,il Vespro e il Mattino, con ai piedi, una vasca con fontana.

