Il Settecento: l'inizio del casato Visconti Borromeo Arese Litta e la seconda giovinezza della Villa
Una consistente eredità portata in dote nuziale a Fabio III da Margherita, figlia di Bartolomeo Arese, ricostituisce un patrimonio in grave dissesto ed unisce il nome Arese a Borromeo e Visconti (22 maggio 1676).
Nel 1704, una giovane fanciulla, Margherita Visconti Arese, unica erede, va sposa al proprio zio Giulio Visconti Borromeo e questo nobile signore, che pure non sà scrivere, partecipando attivamente alle vicende politiche del tempo e parteggiando apertamente per gli austriaci contro i francesi nella Guerra di Successione, per la morte di Carlo II re di Spagna, acquisisce meriti ed onori e diventa uno dei più ricchi proprietari terrieri d'Italia oltre che Magnate d'Ungheria (1731), luogotenente, Capitano Generale e Vicerè di Napoli (1733) e Maggiordomo Maggiore dell'Imperatrice d'Austria (1736). Per i suoi servizi resi allo Stato l'Imperatore Carlo VI gli dona la Valcuvia (Varese).
Carlo II d'Asburgo morendo nello stesso anno del secolo, 1700, senza discendenti diretti, nomina come erede un parente francese della casa di Borbone, Filippo d'Angiò, nipote del Re Sole, ma il testamento viene immediatamente impugnato dagli Asburgo della casa imperiale d'Austria. La guerra che ne segue si trascina per 14 anni con alterne vicende. II 24 settembre 1706 Milano vede per la prima volta le truppe austriache del Principe Eugenio di Savoia. Da un punto di vista dinastico, che era quello che contava allora, Milano in teoria non cambiava padrone. Rimaneva feudo della casa d'Asburgo e la nobiltà poteva serenamente giurare fedeltà al nuovo sovrano senza macchiarsi di fellonia. Con la pace dell’Aia che segna la sconfitta dei disegni di rivincita dei Borboni di Spagna e frutta il vantaggioso scambio della Sardegna, ceduta ai Savoia, con la Sicilia, gli Asburgo di Vienna coronano la straordinaria espansione territoriale iniziata dopo l'assedio di Vienna del 1683.
Il passaggio tra dominio spagnolo e austriaco agli esordi del Settecento non segna particolari fratture nel governo locale ma si assiste all'emergere di nuove "famiglie", mentre quelle "vecchie" cercano di confermare i propri privilegi. La sfida si consuma in quegl’anni con la costruzione di palazzi in città, ville di delizie in campagna che subito si arredano sontuosamente, talvolta ospitando vere e proprie "gallerie" di pittura. La rivalità tra i casati e talmente frenetica che l'incisore Marc'Antonio Dal Re deve aggiornare il suo primo resoconto illustrato delle ville suburbane (1726) con una nuova edizione del 1743.
Le condizioni in cui versa la pubblica amministrazione dello Stato di Milano agli inizi della dominazione austriaca non sono assolutamente lusinghiere. Intollerabili lungaggini nell'amministrazione della giustizia, parzialità a favore dei potenti e di amici e parenti di magistrati, estorsioni e vessazioni a danno dei più deboli. Collusioni e aste d'appalto truccate, interessate connivenze del Magistrato Straordinario con gli "sfrosi" o contrabbandi, mancanza di controlli da parte dell'autorità sovrana nei lunghi anni dell'assenza da Milano del governatore Eugenio di Savoia, rivalità ed egoismi, una pletora eccessiva di ministri e subalterni ed infine la venalità degli uffici "…quasi tutti in mano de' ministri di tutti gli ordini, o di cavaglieri potenti"...
La vita in villa come fatto di costume diviene importante per la società milanese e cambia i suoi ritmi di vita. Si và in villa ai primi di maggio e si torna ad autunno inoltrato, dopo la vendemmia, dopo la ricorrenza dei Morti. La data del 4 novembre, giorno di San Carlo, diviene la data abituale per il rientro in città. Il tempo in campagna e speso in feste, cacce, cavalcate, balli ma e anche dedicato agli interessi. C'è un notevole impegno da parte della aristocrazia lombarda ad occuparsi seriamente, da vicino, delle proprietà terriere e del loro rendimento.
L'allenza fra le dinastie di Borbone e di Asburgo Lorena, saldata da ben cinque matrimoni fra le due famiglie porta alla Lombardia, fino ad allora continuamente tormentata dal flagello delle guerre, un periodo di relativa pace. Questo intermezzo di tranquillità consente le grandi riforme teresiane.
Maria Teresa figlia dell'imperatore Carlo VI, regna per 40 anni (1740/1780), porta a compimento le necessarie e profonde riforme amministrative e finanziarie nel Ducato di Milano dopo la lunga dominazione spagnola e da avvio a quella più delicata di tutte: "il catasto" che la sovrana affida (1749) all'economista fiorentino Pompeo Neri. Occorre circa un decennio per effettuare la stima dei beni e dei relativi redditi e la fissazione delle conseguenti aliquote d'imposta. Questo porta ad una maggiore equità fiscale, ma ha effetti addirittura rivoluzionari in agricoltura, dove l'imposta fissa, restando esente dal fisco qualsiasi reddito superiore determinato da migliorie successive, stimola il miglioramento dei fondi, richiamando alla terra i capitali in possesso della borghesia.

Maria Teresa non fu mai a Milano ma colloca collaboratori validi nei centri di potere e si avvale della loro opera per il tempo necessario a che essi possano svolgere i delicati compiti di una saggia amministrazione. Alla carica di Ministro Plenipotenziario della Lombardia nomina il trentino Conte Carlo di Firmian che fu per ventiquattranni (1758-1782) il governatore di fatto dello stato milanese. Saggio, bonario, amante delle arti e della cultura, il conte Firmian fu un personaggio positivo nella vita di Milano.
Nel 1722, Paola, figlia di Giulio Visconti Borromeo Arese, dopo qualche titubanza, viene data in sposa al Marchese Antonio Litta, Cavaliere del Tosone ..."essendo Paola, sua figlia primogenita ricchissima, fu qualche tempo nell'incertezza di darla ai Belgiojoso, piuttosto che ai Litta, colle quali due famiglie era in trattato, ma si decise per i secondi, perché in quel tempo erano i secondi più buoni dei primi... ".

Ha inizio il casato Borromeo Visconti Arese Litta.
È di questi anni (mappa catastale eseguita dal geometra Gio Battista Zorzi novembre 1721) la costruzione del grandioso palazzo "Quarto Nuovo", edificato in seguito all'abbattimento di vecchi rustici, che chiude ad occidente il Cortile Nobile.
La preesistente "ortaglia" viene trasformata in "teatro di verzura". Quest'area, destinata a spettacoli e feste, si presenta come una grande distesa erbosa aperta verso il fronte del palazzo, ma racchiusa lungo gli altri lati da un'alta recinzione in tassi e carpini, che sul fondo si articolava in una vera e propria esedra.
Dal matrimonio di Paola nasce Pompeo Litta Visconti Borromeo Arese che nel 1745 sposa Elisabetta, sorellastra della madre. Giulio, padre di Paola, infatti in seconde nozze ha sposato Teresa Cusani che darà alla luce Elisabetta. Leggiamo ..."il 23 ottobre 1745, in vesperis nella chiesa parrocchiale di Gavirate" l'Ecc.mo Sig.r Marchese Don Pompeo Gialio Litta, figlio dell'Ecc.mo Marchese Don Antonio e dell'Ecc.ma Sig.ra Contessa Donna Elisabetta Visconti Arese figlia dell'Ecc.mo Sig.r Conte Don Giulio..." convolano a nozze. Per permettere il matrimonio si è mosso il pontefice Benedetto XVI con dispensa di consanguineità di primo e secondo grado.
Le nozze hanno una significativa rilevanza patrimoniale. La fortuna dei Litta, grazie soprattutto alle eredità Visconti, arriverà alla consistenza di 133.000 pertiche circa anche attraverso saggi ricompattatamenti fondiari. Elisabetta darà a Pompeo 12 figli, fra i quali Antonio, elevato alla dignità ducale da Napoleone I, Paola, donna di notevole cultura e bellezza e Maria dalla quale Parini trova ispirazione per "I'inclita Nice".
Tra il 1751 e il 1784 vengono compiuti notevoli miglioramenti ..."nel Palazzo, Giardini e casini annessi per renderli più deliziosi, essendo questo il sito di villeggiatura più adatto e più frequentato dall'Ecc.ma Casa Padrona..."
Ma è il documento che riporta "Gli accrescimenti di fabbriche e migliorie fatte nel Giardino di Leinate dal 1734 al 16 marzo 1797" che testimonia il rifacimento del Ninfeo ad opera dell'architetto Giuseppe Levati e dello scultore Donato Carabelli. Il Levati, maestro di prospettiva all'Accademia di Brera coordina la ristrutturazione del Ninfeo e progetta il fronte sud che lega stilisticamente alla concezione dei giardini all'inglese che si stanno diffondendo in Lombardia. Carabelli, scultore ticinese, lascia nel Ninfeo gran parte della sua produzione profana ma soprattutto creerà la splendida fontana marmorea di Galatea, al centro dei giardini settentrionali, che và a sostituirsi alla statua dell'Adone (oggi, a Parigi, al museo del Louvre commissionata all'artista da Pirro I nel 1602) di Marco Antonio Prestinari che qui troneggiava.
Accanto al "teatro di verzura", un "aratorio aviato" viene trasformato in "giardino degli agrumi" (altrimenti detto "orto delle Esperidi") che a diverse quote si componeva di due parti. La più bassa, costituita da quattro grandi aiuole simmetriche circondate da vasi di agrumi, viene abbellita dalla grande "Fontana di Nettuno", con il gigantesco dio posto in una conchiglia sostenuta da quattro Tritoni. La zona superiore, a nord, e invece occupata da tre serre, di cui due destinate al ricovero degli agrumi e una, parzialmente mobile, usata come riparo di un pergolato di limoni.
Successivi interventi settecenteschi, dovuti perlopiù a Pompeo Giulio fra il 1751 e il 1797, sono altri due corpi di fabbrica posti ai lati dell'esedra con il Ratto delle Sabine, in pratica due "stufe" calde per la coltivazione di agrumi e di piante esotiche come gli "anenassi" ("pomo stranier che coronato usurpa loco ai pomi natii", nei versi di Giuseppe Parini). Di fronte comparti ad aiuole simmetriche, chiamati anche Giardino Rinascimentale sia per il disegno formale sia perché coltivato con "semplici" ed erbe aromatiche.
Originariamente il Ninfeo e costruito in cotto a vista. Con il restauro settecentesco la fronte nord è ricoperta di arenaria, mentre alla fronte sud viene data la caratteristica di luogo d'acqua con l'inserimento di tufo, stalagtiti e mosaici pavimentali e... "il così detto Cortino della pioggia è stato rimontato di nuovo, dopo avergli fatto il pavimento a mosaico, architrave, e freggio all'ingiro, con Cariatti di gesso fatti dal Carabelli, e pitture del Levati... ".

Quegl’anni a Villa Litta, segnano anche l'inizio della fortuna artistica di Giuseppe Maggiolini maestro d'intarsio. Giuseppe Levati che stà decorando ed affrescando il "Quarto Nuovo di Lainate e sovraintende anche all’arredo delle sue stanze, accompagna il marchese Litta in visita ai Padri Cistercensi di Parabiago, tra i quali qualcuno doveva essere legato ai Litta da vincoli di parentela. Lasciato il cocchio sul piazzale del monastero, la loro curiosità e attratta da alcuni mobili esposti al sole fuori della bottega dell'artigiano Maggiolini. La finezza del lavoro d'intarsio non sfugge all'occhio artistico del pittore che affida al maestro di bottega la commissione di un canterano di cui gli avrebbe fornito il disegno. Quando il mobile è finito e recato a Lainate, la finezza del lavoro e l’esecuzione accurata soddisfano molto il Levati che da quel momento diviene il mecenate di Maggiolini e ne avvia la fama di valente intarsiatore (1765).
Da uno dei dodici figli di Elisabetta, Alfonso, che sposa a Vienna la contessa Massimiliana Heimhausen nasce il 13 luglio 1785 Pompeo Litta (Pompeo IV).
Pompeo partecipa con il grado di Capitano dei Dragoni di Napoleone alla guerra di Spagna, nel corso della quale e insignito dell'ordine della Corona Ferrea, sposa in seconde nozze Camilla Lomellini Tabarca, nel 1822 compera l'isola di San Biagio nel lago di Varese, cura la fauna ittica del lago e fa immettere nelle sue acque trote catturate nel lago Maggiore. Splendide sono le gite in barca che il Litta organizza per allietare le visite dei suoi celebri ospiti... "giulivo di vedersi corteggiato dai dipendenti e dagli spettatori stipati nelle numerose barche del lago...". La navicella speciale, pavesata a festa e spinta da sei vogatori vestiti alla marinara assisteva "alla pesca del tremaglio all'archetto compinta da oltre sessanta barche con un pescatore e ..."si fece una copiosissima raccolta di pesci persici alla presenza della barca ammiraglia della casa ducale e mentre la Banda di Gavirate suonava a perdifiato con fracasso di tamburo i pesci vennero presentati alla famiglia Litta, sbarcati sull'isolino, alla refezione d'uso...".
Quando nel 1836 Pompeo IV morirà, l'eredità giacente e raccolta dalla moglie per i figli minorenni e solamente nel 1838 la Duchessa potrà passare i beni ai cinque figli.
Negli ultimi anni della sua vita, Pompeo IV dà inizio alla costruzione, nella parte di giardino degli agrumi, di serre con strutture in ferro e riscaldate per l'acclimatazione di specie vegetali provenienti da climi caldi e temperati.
Queste furono edificate probabilmente prima del 1837, data in cui una descrizione del complesso testimonia l'esistenza di una serra e di certo prima dei 1852 quando un acquerello realizzato da Carlo Bossoli, in un delicato dipinto (Pinacoteca Civica Varese), le raffigura. Il complesso delle serre e il relativo impianto subirono modifiche e ampliamenti con lavori eseguiti tra il 1892 e il 1898.
Intanto, agli inizi dell'ottocento, nel giardino, nella sua parte più estesa, nei documenti citata come "Nuovo Boschetto" e caratterizzata da scomparti irregolari a tappeto verde con arbusti e piante d'alto fusto, interviene Luigi Canonica che negli stessi anni opera a Palazzo Reale di Monza e a Villa Borromeo di Cesano Maderno. Per la classificazione delle specie e delle essenze (2195 piante - 657 generi), sempre dello stesso periodo, e interessantissimo il prezioso lavoro dei "giardinieri-orticoltori" i botanici Ausonio e Alberto Linneo Tagliabue.
È, inoltre, su progetto presumibilmente dell'architetto Sandroni, viene costruita nel giardino una grotta, il cui significato scenografico e capace della suggestione di una immagine naturale e a proposito della quale Stendhal scrive ... "jardin rempli d'architecture... ".
La grotta naturale e quella artificiale formata con "rocaille" sono le protagoniste dell'"idea del giardino". Siamo nel secolo dei lumi.
L'immensa ricchezza dei Litta, manifestata in queste forme, motiva il detto popolare ..."L'e minga Ca’ Litta" e segna il forte contrasto tra un altissimo tenore di vita e condizioni di sostentamento alquanto ristrette.

